giovedì 12 febbraio 2026

"Per quanti di voi il bene della città occupa veramente il vertice dei pensieri?"

 


Dal verbale della seduta del 18 luglio 1992 del C.C. La Spezia.

O.d.g. Elezione del Sindaco e della Giunta

Intervento del Consigliere Giovanni Giudici

Mi scuso con i colleghi se mi trovo a sottrarre qualche minuto al loro tempo. E soprattutto al tempo di un Consiglio che, dovendo affrontare un cosi grande e grave problema, come quello della sua stessa sopravvivenza prima, adesso della sua continuità, del suo rinnovo, del rinnovo per lo meno della Giunta, non può concedere molte considerazioni eminentemente personali.

In questi ultimi due anni, nonostante varie assenze per impegni legati alla mia professione, ho sempre cercato, nella partecipazione ai lavori di questa Assemblea di non dimenticare un dato di fatto secondo me decisivo e moralmente, dico moralmente, ossia legato a un’etica individuale, determinante. Cioè di essere stato eletto grazie ai voti espressi sulla mia persona da elettori del Partito Comunista Italiano, quindi sospetto che ci sia nelle mie vene anche qualche goccia di Rifondazione, non so. Ed è specialmente per questa ragione che ho sempre dato, e continuo a dare, importanza a quella che si chiama disciplina di gruppo. Ma l’osservanza di tale disciplina non potrà adesso impedirmi di esprimere tutta la mia riluttanza nell’attenermici anche di fronte alla presente scelta, alla scelta cui ci prepariamo. Questo naturalmente non toglie nulla alla mia grande stima, soprattutto simpatia, per il Sindaco proposto, sen. Bertone.


Il fatto è che, nell’ultima seduta, quella di giovedì 16, i discorsi pronunciati dai rappresentanti delle opposizioni, ma in particolare dai consiglieri dei gruppi Verdi e di Rinnovamento democratico (ho apprezzato in particolare l’intervento della collega Aloisini), mi hanno intimamente trovato più consenziente rispetto alle, purtroppo scarne e scarse, indicazioni offerte dai banchi della maggioranza e della allora ex Giunta.

Naturalmente so benissimo come si parla in politica dove due persone che sembrano dire la stessa cosa non dicono, il più delle volte, la stessa cosa. Si predica il buono, il desiderabile, dietro il comodo schermo della loro irrealizzabilità o improbabilità e si proclamano intenzioni e propositi di nobile disinteresse laddove le intenzioni e i propositi più veri, o semplicemente prevalenti, quelli del perseguimento di un potere non soltanto di parte ma addirittura personale, vengono abilmente dissimulati tra le pieghe di una fluente e, talvolta, infiammata, ai limiti del sospetto, oratoria tribunizia, comiziesca, forse comiziale, nei casi migliori forense.

A questo genere di oratoria io mi sento, purtroppo o per fortuna, scarsamente vocato. Non certo per timidezza, io credo, piuttosto per semplice ed onesto rispetto del tempo di chi sia costretto ad ascoltarmi. E poi non ho nessuna platea dalla quale attendermi applausi.

Per quanti, domando, di voi che mi ascoltate, il bene della Città, di questa bistrattata Polis, occupa veramente il vertice dei pensieri? Lascio il calcolo alla coscienza di ciascuno. Non nego che siano state pronunciate in questa aula parole atte anche ad aprire a una qualche speranza il cuore di un ascoltatore, per citare Schiller, “ingenuo e sentimentale”. Per esempio l’accenno di qualcuno alla preminenza dei programmi sugli organigrammi e poi degli organigrammi sulle persone e così via, tutti d’accordo a parole. Ma la pratica tradizionale della politica italiana, cui non fa eccezione la pratica di questa città, mi sembra orientata in un senso letteralmente capovolto.

Siamo purtroppo in un paese dove, in nome dell’unità, si è arrivati e si arriva alle divisioni ed agli spezzettamenti più esasperati, basti pensare al numero dei gruppi che compongono questo Consiglio, 13 se non sbaglio, o 12 non so bene il conto.

E’ ben vero, e sarebbe sciocco ignorarlo, che anche nell’ambito di una amministrazione locale tutto può avere un significato politico. Tutto ha un significato politico. Non soltanto la decisione di far chiudere o non far chiudere una centrale dell’ENEL o di costruire una strada là piuttosto che qui, ma forse anche l’installazione di una fontana pubblica o di un punto luce in un sito dove si svolgono attività per le quali sia preferibile il buio. Comunque non credo che in tanti anni di gestione del potere locale vi sia stato da parte di qualsiasi maggioranza il coraggio, non dico di intraprendere ma almeno di semplicemente vagheggiare un tentativo di rottura con l’inerzia storica che ha fatto di Spezia una città colonizzata, dominata dalle esigenze del potere centrale, saccheggiata nel territorio, strumentalizzata nell’economia, condannata alla monocultura dei cannoni e dei containers, una Città dove la prima preoccupazione di ogni nuovo Sindaco è stata spesso la visita e lo scambio di visite e di omaggi con l’Ammiraglio.

Non una città di mare, se consideriamo le poche centinaia o forse decine di metri in cui è consentito ai cittadini di accedere alle rive, ma una Città della Marina, vogliate scusare il facile calembour.

Si certo prevedo le obiezioni: quelle anzitutto che senza Marina Militare non ci sarebbe stata una Città di Spezia bensì, in suo luogo, un forse ridente paesotto. In compenso, vedi il caso ENEL, abbiamo una città pattumiera. Si obietterà anche, e purtroppo non è possibile sostenere il contrario, che da questo saccheggio più che secolare dipendono in gran parte anche le avare possibilità di occupazione, tanto più da salvaguardarsi oggi che la popolazione dei senza lavoro cresce paurosamente di giorno in giorno e che il modello di sviluppo storico ed economico della Città è arrivato ad una crisi senza sbocchi. E’ inutile che enunci i particolari, sono stati già enunciati da altri oratori in quest’aula.

Penso ad un vecchio articolo di Franz Kafka su un certo raduno aviatorio svoltosi a Brescia nel 1912- “Ecco – egli scrive (cito a memoria però) – avanzare con i due figli la signora Bleriot dall’aspetto materno. Quando suo marito non può volare è nervosa e quando vola sta in ansia”.

Non sarebbero mancati, davanti a questo sistema in tragico degrado, davanti a questa città condannata a vivere della sua morte, i temi per una vera mobilitazione popolare, pro aris et focis, in difesa del luogo della vita e del pane quotidiano. Ma in poche occasioni, una ci fu se non sbaglio, con lo sciopero generale dell’anno scorso, in poche occasioni le Amministrazioni Comunali hanno colto, interpretato in questo senso i bisogni della cittadinanza.

Hanno preferito, di volta in volta, trasmettersi le consegne del tirare a campare.

Vuol dire, almeno spero, che quando saranno arrivati al punto di non poterne più, i cittadini si muoveranno da soli; o è troppo sperare, in quest’epoca di colonizzazione anche dei cervelli, che essi vengano a sfilarci le poltrone da sotto il sedere?

E cosa si pensa di ottenere o realizzare con questo allambiccare una Giunta, la Giunta che si sta per proporre che, come diceva Pietro Nenni di un Governo Fanfani caduto alla prima votazione sulla fiducia, “si promette più triste di un’aringa affumicata”.

Francamente mi sembra eccessivo il grado di confusione vigente in Italia tra raccolta del consenso nazionale e raccolta del consenso locale.

Ragione per cui le consultazioni elettorali amministrative sono divenute, forse, da sempre (se mi si consente la metafora calcistica) una specie di serie C1 o C2 di quel campionato di serie A che sarebbero le elezioni politiche generali.

E qui si gioca, spesso, la politica fatta a Roma dai grandi, un po’ come i bambini giocavano, almeno un tempo, ai pompieri o, forse con più attuale paragone, a guardie e ladri.

In gran parte è proprio in questa confusione di piani che morde con le sue ostinate radici il cancro della vita pubblica italiana. Io non metto in dubbio l’assennatezza di parecchi degli argomenti addotti nella discussione da alcuni consiglieri di parte democristiana, però mi si consenta almeno con qualche dubbio sulla reale motivazione della loro, più o meno velata, cupidigia di governissimo. Dare alla città un vero governo di emergenza il più possibile stabile e governante o farsi dire bravi dai loro superiori di Piazza del Gesù. Qua c’è un punto interrogativo.

Potrei, credo in misura assai più blanda, nutrire analoghi dubbi anche sulle reali motivazioni dei Verdi e di Rinnovamento Democratico, nemmeno qui mancheranno, è possibile, nel profondo dei cuori, non so, vogliono i posti, ambizione di un potere fine, ahimé, a se stesso.

Tuttavia, a supporto della loro sincerità, o minore insincerità, come vi pare, resta il fatto indubitabile che un loro ingresso nella maggioranza avrebbe almeno formalmente dato luogo ad un evento politico significativo, un ricompattamento delle sinistre e dato luogo anche ad una maggioranza meno risicata e pertanto non in balia del primo raffreddore o mal di denti di un Assessore o Consigliere (collega Melley, verremo con dei fazzoletti intorno alla testa, se sarà necessario).

Poiché questo è necessario dato che siamo in una situazione dove lo scopo precipuo delle opposizioni sembra ormai, e parlo di qualsiasi opposizione, sembra ormai non tanto di controllare e spronare la maggioranza, quanto di costringere all’immobilismo, alla spirale dei compromessi, magari sotto banco.

Alla fine perché farsi illusioni?

Ci troveremo davanti all’unico dato di fatto emergente dalle vicende ultime di questa Amministrazione: l’aver dato luogo a una crisi non inutile, ma più dannosa che inutile.

Qualcuno mi potrebbe obiettare che ciò è spesso inevitabile in politica, ed io risponderei che preferibile allora sarebbe evitare la politica, questa politica intesa in questo modo, questa politica da addetti ai lavori e a lavori di cui le persone comuni capiscono e capiranno sempre di meno.

Personalmente mi trovo molto a disagio nel dovervi partecipare e pur indegnamente mi sento tentato a fare mie proprie le parole con cui Giuseppe Dossetti sigillò, fanno ora 41 anni, il suo distacco da un partito del quale era stato Vice Segretario: “Ho tentato invano di fare attecchire un germoglio cristiano su questa radice pagana della politica”. Congresso di Reggio Emilia 1951.

Ognuno traduca a suo modo e secondo la sua coscienza l’aggettivo cristiano. Questo volevo dirvi cari colleghi. A quelli che sono della mia parte ed a quelli che non sono della mia parte.





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