domenica 30 giugno 2019

Beni culturali: il petrolio dell'Italia


Il titolo esatto del Protocollo d’Intesa citato nell’articolo precedente è Protocollo di Intesa per la valorizzazione dell’isola Palmaria.
Il già citato articolo 2 comma 3, ai punti c e d prevede di:
c) contribuire alla valorizzazione dell’isola Palmaria nell’ambito di un progetto pilota che sia fortemente basato sulla presenza storica,culturale e materiale, della Marina Militare;
d) favorire il processo di valorizzazione dell’isola Palmaria quale esempio di sviluppo sostenibile di un bene di grande valore storico, culturale, ambientale e paesaggistico;”
Con questo secondo articolo vogliamo analizzare l’origine e l’uso divenuto ormai consueto di questo termine, valorizzazione, il cui significato abbiamo più volte stigmatizzato con l’equivalenza “valorizzazione = monetizzazione”.

Nel 2004 fu approvato il Codice dei Beni Culturali che all’articolo 6 definisce la valorizzazione come quel processo che dovrebbe promuovere la conoscenza del patrimonio culturale italiano e assicurarne le migliori condizioni di fruibilità allo scopo di favorire lo sviluppo della cultura.
Da subito però il termine ha assunto una connotazione economica, andando di pari passo con la mercificazione dei beni culturali e naturali, e questa visione si è talmente consolidata negli anni nella politica italiana da divenire oggetto di studio e di ricerca anche all’estero.



Alice Borchi, ricercatrice e docente presso l’università di Leeds, in un articolo pubblicato nel marzo 2019 sulla rivista Emerald Insight dal titolo “Petrolio, oro, sassi: valore della cultura nella politica culturale italiana” ripercorre l’involuzione del valore attribuito alla cultura dalla politica italiana negli anni tra il 2008 e il 2018. Scrive: “Il titolo di questo articolo si riferisce a tre metafore che hanno caratterizzato il dibattito sul valore della cultura in Italia: la cultura e le arti come “petrolio d'Italia” o “oro d'Italia”, vale a dire, una fonte molto remunerativa di profitto che ha solo bisogno di essere adeguatamente scavata, confezionata e commercializzata. Dall'altra parte di questo discorso, c'è l'idea dei “quattro sassi”, una descrizione sprezzante di un sito del patrimonio fatta da un governatore regionale nel 2010. … Queste due idee sul valore culturale potrebbero apparire opposte, ma appartengono alla stessa convinzione che il valore della cultura equivalga al suo valore economico”. (Il sito è quello di Pompei e il governatore è Luca Zaia, Veneto)
Il termine valorizzazione ha perso via via il suo significato originario e sempre più spesso “è stato usato anche per descrivere il processo di sfruttamento economico dei beni culturali ed è diventato sempre più evidente come il concetto di cultura come “petrolio d'Italia” sia diventato un punto fermo nella politica culturale italiana.” (Borchi, Ibid.) In tempi recenti uno strenuo sostenitore dello sfruttamento economico dei beni culturali è stato il Ministro Franceschini, governo Renzi, che sosteneva che il Ministero dei Beni culturali fosse un Ministero economico e che potesse essere assimilato al Ministero del petrolio per i paesi arabi.
Sempre di più quindi il concetto di valorizzazione è stato equiparato allo sfruttamento economico. Questa visione, che nega il valore simbolico e identitario del nostro patrimonio artistico, architettonico e paesaggistico, viene contrabbandata come “modernità”. Come sottolinea Borchi riprendendo un concetto ben sviluppato dal giornalista Marco Damilano nel suo “Processo al nuovo”: “La metafora della cultura come petrolio, pertanto, deve essere intesa come simbolo di modernità. … L'attenzione alla “modernità” e “novità” è tipica della retorica della politica italiana, come analizzato dal giornalista Damilano; tuttavia, ciò che viene presentato come “nuovo” spesso manca di un progetto o specifica direzione, e alla fine non produce alcun cambiamento tangibile”.

In questi ultimi mesi ci sono stati tuttavia alcuni segnali che ci fanno ben sperare. Una sentenza della Corte dei Conti, la n. 66/2019, condanna Marcello Fiori, ex Commissario straordinario agli scavi di Pompei, al pagamento dei danni, quantificati in 400.000 euro, per aver realizzato nel sito archeologico opere finalizzate alla “realizzazione di messa in sicurezza e di salvaguardia ma anche di valorizzazione del patrimonio archeologico dell’area in questione” attribuendo al termine “valorizzazione” un distorto significato. Secondo la Corte dei Conti “la valorizzazione …. era messa in relazione al conseguimento urgente di sponsorizzazioni dalle quali acquisire risorse finanziarie” necessarie per la realizzazione degli interventi previsti.
Esaminando il quadro normativo relativo alla “valorizzazione” del bene culturale la Corte coglie significative condizioni e limiti alla sua attuazione e riprendendo la definizione del Codice dei Beni Culturali sancisce che “deve trattarsi di attività volte alla promozione della conoscenza del bene culturale e a migliorarne la fruibilità pubblica; nel perimetro delle attività di valorizzazione sono da ricomprendere anche la promozione e il sostegno degli interventi di conservazione del patrimonio, la cui tutela deve comunque essere al centro dell’attività di valorizzazione…. In conclusione, la valorizzazione del bene culturale non può essere assimilata al mero “sfruttamento” dello stesso per fini di natura imprenditoriale/commerciale, …. posto che il bene culturale, e soprattutto quello archeologico che cristallizza e narra la nostra storia, resta sempre il bene pubblico per eccellenza”.
Quest’ultima affermazione, scrive Tomaso Montanari commentando la sentenza in un articolo apparso su Il fatto quotidiano, “per quanto lapalissiana per chi abbia letto anche solo di sfuggita l’articolo 9 della Costituzione, è costantemente smentita dai fatti, e rappresenterebbe di per sé un compiuto programma di politica del patrimonio culturale”.
Gian Antonio Stella su Il Corriere della sera si augura che questa sentenza possa “far passare finalmente la voglia, ai soprintendenti di manica troppo larga, di dare la precedenza alle baracconate che odorano di soldi invece che alla custodia del nostro immenso patrimonio”.

Il “federalismo demaniale culturale” è stato introdotto con il D.Lgs 85/2010 che ha come risultante la possibilità di stipulare Accordi di valorizzazione tra Amministrazioni statali, centrali e periferiche e Agenzia del Demanio. Il punto centrale di questa riforma sta nella equiparazione di un bene culturale a una risorsa sfruttabile. Non a caso non si parla più di patrimonio ma di beni culturali, espressione che mette l’accento sul loro valore economico, non più sul loro valore identitario.
Di questo, dell’isola Palmaria, patrimonio storico e naturalistico, tratteremo nel prossimo articolo.

















1 commento:

  1. Occorre contrastare con fermezza queste forme di speculazioni
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